Personalità, talento e ambizione: a tu per tu con Antonio Atanasov, una delle punte di diamante della nostra sezione

Prosegue il nostro viaggio alla scoperta dei maggiori talenti della sezione di Este: oggi conosciamo più da vicino Antonio Atanasov, punta di diamante del sodalizio atestino, da anni ai vertici del calcio regionale.

Antonio Atanasov, uno degli arbitri di punta della sezione Aia di Este

«Mi sono affacciato a questo mondo appena quindicenne, perché il mio professore di Storia e Italiano delle superiori ci propose di partecipare al corsorivela AntonioNel primo biennio ho avuto una scalata molto veloce, debuttando già al primo anno con Allievi e Juniores e dirigendo nella seconda stagione alcune partite di Terza Categoria fino al salto in Seconda. Fin dall’inizio il mio primo obiettivo era riuscire ad arbitrare con gli assistenti: ringrazio di cuore chi ha sempre creduto in me, in primis l’allora presidente sezionale Enrico Zago, che mi propose all’Organo Tecnico Regionale. Dei miei colleghi del corso sono stato l’ultimo a esordire negli Allievi ma il primo a farlo nel campionato Juniores: di quel periodo ricordo, con grande emozione, di aver diretto la finalissima del torneo giovanile di Solesino. Una manifestazione importante, che aveva le partite filmate in diretta con tanto di telecronaca: sono cose che ti restano dentro, specie se non sei ancora abituato a determinate esperienze».
L’approdo in Regione di Antonio non è, tuttavia, dei più morbidi.
«Iniziai la stagione in ritardo, perché dovetti operarmi dopo un incidente, e come rendimento arrancavo. A metà anno l’osservatore mi diede un giudizio molto negativo e fu una vera batosta. Enrico Zago mi prese da parte e mi disse: “Ti devi svegliare, altrimenti non vai da nessuna parte”. Quell’episodio ha rappresentato la svolta, perché mi ha portato ad un cambio di mentalità determinante per la mia crescita. Il 30 aprile del 2017 è arrivato l’esordio in Promozione, San Giovanni Lupatoto-Povegliano Veronese: prima esperienza assoluta con gli assistenti, un’emozione unica. Lì ho capito per la prima volta l’importanza del gioco di squadra e il privilegio di fare team insieme a colleghi che viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda».
La seconda stagione in Regione porta Antonio ad essere selezionato per il progetto “Talent & Mentor”.
«Venivi affidato ad un “tutor” che ti seguiva per cinque partite, con l’opportunità di partecipare ad un successivo raduno a Coverciano. Un altro step fondamentale, perché avere come guida un maestro come Mario Carrozzini mi ha fatto svoltare. Ricordo di aver diretto un derby padovano, ultima giornata di campionato: una partita che non aveva niente da dire, a cui ero arrivato scarico sia mentalmente che fisicamente. Tornando a casa in macchina, al telefono, Mario mi alzò da terra per cinquanta minuti: lì mi si è acceso dentro qualcosa e ho capito di dover cambiare registro. Ho iniziato ad essere più professionale con l’alimentazione, grazie ai consigli di un altro maestro come Luca Candeo, e a lavorare più duramente sul piano atletico. Il terzo anno in Regione è stato quello della consacrazione: il 27 febbraio del 2019 ho diretto la semifinale di andata di Coppa Italia tra Porto Viro e CastelnuovoSandrà, il 31 marzo è arrivato l’esordio in Eccellenza in Montecchio Maggiore-Valgatara e il 19 maggio ho avuto l’onore di arbitrare il secondo turno playoff Schio-Godigese, in uno stadio strapieno con più di mille spettatori. Partita durissima e tiratissima, terminata ai supplementari: chi vinceva, saliva in Eccellenza. E in estate, l’8 agosto, ho potuto dirigere a Este l’amichevole di prestigio tra Este e Cittadella».
Il mirino di Antonio si sposta, così, sull’obiettivo di coronare la scalata nei nazionali.
«Forse non ero ancora mentalmente pronto per il salto. Collezionavo delle prestazioni discrete, ma mancava sempre quel “quid” in più. Un errore tecnico mi è costato quindici giorni di stop: una punizione che mi è servita molto, per ripartire con più determinazione e maggiore aggressività. Poi, purtroppo, è sopraggiunto il Covid: e lì le nostre attività si sono fondamentalmente azzerate».
Cosa significa essere arbitro?
«Finché non vivi questo percorso in prima persona, non puoi mai sapere dove ti potrà portare. Fare l’arbitro è uno stile di vita che ti differenzia dagli altri: sei un giudice di campo, quindi devi essere il primo a rispettare le regole e a dare il giusto esempio. Non è semplice, a 16 anni, ritrovarsi a dover prendere delle decisioni importanti in una frazione di secondo: ed è un’esperienza che ti porti, poi, nella vita di tutti i giorni. L’arbitraggio mi ha dato tanto, così come le persone che mi sono sempre rimaste vicine: oltre a Enrico Zago e Luca Candeo cito l’attuale presidente Ilie Rizzato, che mi ha subito dato dei consigli preziosi su come “spingere” per proseguire il percorso nel migliore dei modi».
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